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mercoledì 12 giugno 2013

Little Rolling Heads From Outer Space Vol.8

Magellano, cranii che fluttuano sopra a mari desolati.

 

                                                Little Rolling Heads From Outer Space (Vol.8)

                             — Rubrica di critica musicale per teste d’acido, di Televisionhead —

                                                            Ottava Puntata: Magellano

Fernão de Magalhães, italianizzato in “Magellano” è stato il primo figlio di puttana a circumnavigare il globo. Si direbbe, così, che un gruppo che sceglie come nome il nome del suddetto figlio di puttana lo faccia per sottolineare la sua vena pionieristica, lo faccia per mostrarci il folto pelo sulle sue palle che lo spinge a fare follie sonore per farlo rizzare a quelli che amano la diversità alla fotocopia. In qualche modo i Magellano qualcosa di mai sentito lo fanno, ma la Domanda che sorge spontanea è: basta fare qualcosa di “nuovo” per fare qualcosa di “figo”?

L’album, chiamato “a spasso” mi ricorda troppo Fabio Volo per piacermi. O forse a farmi girare le gonadi è la loro auto-descrizione la quale cito distrattamente, prendendola da SoundCloud, con una smorfia di dolore: “pirati dal cuore tenero e dalle parole gentilmente taglienti”. Andiamo oltre e scartiamo il regalo.

La prima è “okok” e la voce che apre la canzone mi dice nelle orecchie robe su polpette che cadono, e non so se ridere o se no, nel dubbio ascolto il rap zoppo e preso a sberle del primo cantante. Sembra fare un freestyle su qualsiasi cosa faccia rima, non capisco, sembra si lamenti di qualcosa, siamo in due. Poi il ritornello cerca di insinuarsi fra le pieghe o fra le piaghe del mio cervello, ci riesce, mi incazzo, una vocina dice ocheiochei, la traccia finisce, ho capito l’andazzo, mi do un pugno e stringo i denti, devo andare avanti, cazzo, devo farcela, e arriva la seconda.

La titletrack! “Tutti a spasso (feat. Escobar)” è una canzone fracassona. piripì poropò purupù e si arriva al ritornello passando attraverso una sassaiola di rimacce in stile Rino Gaetano col mal di milza, poi ecco il ritornello/chiodo arrugginito nella materia grigia, poi c’è anche una parolaccia, anzi due, non me l’aspettavo. Perché mi viene da pensare a Dj Francesco? Roba da festicciole, roba da spiaggie, roba lontana da Televisionhead, roba che comunque può piacere alla maggior parte dell’essere umano del 2000. M’astengo.

“Il pasto di Varsavia” mi ricorda i triti giuochi di parole dei Baustelle. I beats escono dagli anni ‘80. Citano Branduardi ma in modo da farmi rinsecchire il membro. Scappo da questa traccia, è come essere presi a sberle da una baby gang in Romania e non poter reagire. Cerchi solo di scappare con aria dignitosa dandogli tutto ciò che hai. Paura e rabbia.

“Genova per chi?” è il pezzo serio. Sono genovesi e parlano di Genova con disillusione, fin’ora la migliore, ma… cazzo arriva il ritornello caramellato. A canale 5 la adorerebbero. Ma Little Rolling Heads from Outer Space non è Canale 5. Lo sapete?

“Paesaggio Infinito” prometteva bene, m’aspettavo, cazzo ne so? Una traccia strumentale. Invece arriva la voce glucosica, stringo il culo e vado avanti, avanti, avanti, si sono scambiati gli “strumenti” ora il melodico fa un po’ di hip hop. Almeno credo. Mi cola il contenuto del cranio dalle orecchie bagnando la spugnetta delle mie cuffie. Tolgo le cuffie dalle casse e dall’altra stanza mi gridano: “Abbassa ‘sta roba!” E io penso che invece musica così andrebbe ascoltata al massimo volume, a chi piace, e credo possa piacere a molti. Molti però non sono tutti, e se non amate la musica elettropop cosa potete farci? Consigliarla a chi la ama, forse. La prossima.

“Dall’essere, dal dover essere e dall’essere umano”… Ha un’inizio imprevedibile e poi citano Sanremo, dicono che non ci sono, e io dico forse dovrebbero. Incazzata, sta traccia. ok ok, direi. Sento il ritornello e dico: la prossima.

L’ultima è ” Sopravvivere in questa nazione” fa di tutto per assomigliare a “eeeehy beibe, ai uonna nooooooou if iud bi mai gheeeerl”. Aspetto trepidante che finisca il nananananananananananananananananananananananananananananananananana nananananananananananananananananananananananananananananananananana nananananananananananananananananananananananananananananananananana nananananananananananananananananananananananananananananananananana nananananananananananananananananananananananananananananananananana nananananananananananananananananananananananananananananananananana nananananananananananananananananananananananananananananananananana nananananananananananananananananananananananananananananananananana nananananananananananananananananananananananananananananananananana nananananananananananananananananananananananananananananananananana nananananananananananananananananananananananananananananananananana nananananananananananananananananananananananananananananananananana nananananananananananananananananananananananananananananananananana nananananananananananananananananananananananananananananananananana nananananananananananananananananananananananananananananananananana nananananananananananananananananananananananananananananananananana
Arriva il flow. Parla dell’oggi. Non gli piace.

Neanche a me.

Detto ciò i Magellano fanno qualcosa di nuovo, come ho già detto, e per apprezzarli non si deve essere degli amanti della musica senza compromessi. Sono una band con fantasia, che si è certamente impegnata a fare ciò che ha fatto e si sente. E’ comunque un disco che potrebbe piacere, e molto, anche se non a me o ai miei amici. Il problema è che chi legge “Televisionhead” non sentirebbe mai i Magellano, almeno credo, quindi poco male. Una stretta di mano ai Magellano mi pare il minimo, perché indipendentemente da cosa fate, fatelo con cura e passione. Loro, indiscutibilmente, queste due cose ce le hanno messe.

Per il resto, ‘sto disco, A ME, nun me piace.

Link allo streaming dei Magellano: https://soundcloud.com/magellano

Link al profilo facebook di me: https://www.facebook.com/Televisionhead

sabato 25 maggio 2013

Little Rolling Heads From Outer Space Vol. 7

Zona Mc: favella alla velocità della luce e manco l’ombra di “Pes”
 

                                            Little Rolling Heads From Outer Space (Vol.7)

                               — Rubrica di critica musicale per teste d’acido, di Televisionhead —

                                                           Settima Puntata: Zona MC

Premettendo che se sei uno di quei cani rabidi et idrofobi vittime della morsa del proprio zeitgeist che ascoltano, cazzo ne so, i club dogo, forse non è il posto giusto per te, ‘sto blog ai confini dello wasteland underground, preparo il mio Logos al soliloquio su Zona mc, sentendomi più triste che arrabbiato con i portatori di cancro alla razionalità e al senso estetico che si fanno fondere le orecchie al ritmo stereotipico di “fumo un po’ e dopo gioco a pes”. Perché iniziare una delle mie recensioni epilettiche citando un bouquet di stronzetti la cui fama è inversamente proporzionale al talento, piuttosto che con il musicista in questione? Semplice, perché, indirettamente, ne sto già parlando. Per quanto, pure ai miei mucillagginosi occhi stanchi di posarsi su mediocrità onnipresente ed onnipotente ciò paia deleterio all‘“effetto sorpresa” di una buona recensione, persevero nel mio intento e faccio cadere quest’impalcatura già traballante, ossia, mi sbilancio:

Zona mc dà l’impressione che il restante rap cosiddetto rap canonico (visto che la maledetta stragrande maggioranza di stronzi porta avanti questa bandiera continuando a vomitare aborti di dischi commercial-ciucciacazzi) sia al confronto una sorta di “uomo di Neanderthal” zoppo, focomelico, e sull’orlo della demenza senile precoce. Senza un cazzo togliere all’uomo di Neanderthal, eh. Voglio dire, e cercate di seguirmi, che semplicemente non ha saputo, il demone chiamato hip-hop, evolversi in una creatura superiore, ed in troppi casi è stato lasciato indietro, cazzo. Come l’uomo di Neanderthal. Orco dio, ma è possibile che da movimento urbano di non-musica, non-arte, non-commercialità, non-vendibilità, pro-rivoluzione si sia arrivati a un inneggiare catalettico a proposito di pippare cocaina a Milano leccando fighe di modelle scheletriche cercando di farsi foto con la mano libera per poi vantarsi con gli altri maschi beta? Questo è il rap, oggi? La risposta è no, ma è anche sì, poichè senza una massa di pecore a ondeggiare la testa verticalmente, da su a giù, un capolavoro non è un capolavoro, è solo una “cosa”, a prescindere da quanto quella “cosa “sia una figata.

Boh, un minuto di silenzio mentre lasciamo che questo “genere musicale” si contorca sul suo letto di dolore, e lasciamo che chi ha le palle di mettere in discussione i strafottuti FORMAT piegandoli a sua immagine, creando di più e copiando di meno sia un precedente da cui imparare, sullo sfondo di un cementizio panorama abnormale di cervelli fritti nel niente.

E come amo dire: “Fatevi meno seghe e leggete più Boezio.” Bè, sembrerebbe che qualcuno l’abbia fatto. Ecco a voi Zona Mc.

Quest’ultimo “Scrivere col sangue” si presenta come una macchia confusa spiattellata sulla copertina, un’immagine che non mi pare malvagia. Scosto il velo della copertina facendo partire il disco,e, cazzo, finalmente, eccoci.

“Amici Miei”, la prima, è una stracazzo di traccia che ti tiene con il buco del culo stretto stretto dall’inizio alla fine, favellando NONSTOP un testo su Socrate, le opinioni di Zona sulla decisione di bere quella cazza di cicuta del ciccione geniale della filosofia si fondono con nozioni che chi è abituato a lasciarsi cullare dai ritornelli accarezzacancrenacerebrale certamente non reggerebbe, ma io reggo, e questo pezzo mi piace quanto qualsiasi pezzo del suo “vecchio” disco “Ananke”, per così dire, cioè molto.

“I sofisti del 2000” Suona come il testo hardcore punk anni 80 che nessuno ha mai scritto, solo con una base elettronica sfondameningi che catapulta, assieme al messaggio nello stramaledetto “mondo nuovo” di Huxley, e, battutina criptica per i due sfigati che hanno letto il libro, fa sentire come se l’ultima pillola di SOMA vi sia caduta in un tombino proprio prima di andare ad una visita alle fabbriche di genomi e di esseri umani.

“Genealogia del debito”, terza traccia. Si apre con un canto tribale, e ne capiamo il motivo ascoltando il testo. Cosa che dobbiamo fare MENTRE ascoltiamo i canti di cui sopra. Difficile quanto figo, e poi una base insospettabile prende a calci il nostro equilibrio, ma ci si abitua, ci si gasa, cazzo. Ed eccoci. Devo far ricominciare il pezzo perché mi sono perso. Questo non perché la traccia sia inefficace. Voler approfondire il messaggio (la sostanza) per poi godersi la musica in cui è contenuto (forma) è sintomo di desiderare un fottuto approfondimento, mica cazzate.

Ed eccoci alla quarta “Odissea di Ulisse pensionato di Bellaria”, che si apre con una base apparentemente più canonica rispetto agli standard schizofrenici di Zona. La canzone ha tracce di recitazione, la musica si sfuma quando il protagonista si spacca la capoccia, poi sul finire della canzone la musica si fa più acuta, come a sottolineare il destino profumato di merda del protagonista della vicenda. Roba interattiva. Ed ecco che mi sto ritrovando a pensare, a pochi minuti dall’inizio del disco. Dei contenuti! Questo sì che farebbe sbadigliare quelli che “fumano un po’ e poi giocano a pes”. Spiegatemi dove andate quando volete pensare, se ascoltate QUEL rap per lobotomizzarvi, direi io. E intanto inizia la quinta di ‘sto disco, mentre, riflettendo sui contenuti e godendomi musica e cadenze, proseguo nell’ascolto.

“Donne resistenti” non dura un cazzo, meno di due minuti, in un cidì che comunque ha una media di canzoni piuttosto corte, dense come cazzo sono di diciassette parole e suoni sfusi per millimetro cubo. E’ una testimonianza angosciante accompagnata da musica. Vorrei saperne di più.

Poi c’è “Notte”, dal suono che farà affiorare memorie di vecchi pezzi di Zona: impestati è dir poco. E’ una base, vale a dire che è strumentale. Va ascoltata nell’insieme dell’album, quindi non so che cazzo dirne se non che piacerà a chi piacerà e verrà skippata da chi cerca solo parole da un disco rap. Fatta bene, comunque, mica no.

“I migliori perdenti della storia” è una breve lezione con un messaggio alla fine. Niente che mi faccia drizzare le antenne ma nemmeno no.

Siamo a “Nemici Miei”. Nel mezzo di una discussione improntata stronzamente a “stramaledir le donne il tempo ed il governo”, intervenire enunciando il messaggio di questa canzone equivale a creare un silenzio imbarazzato e, dopo un po’, ad un cambio di argomento. Provateci a casa, funziona una volta su due. Nell’altro caso nessuno capirebbe un cazzo e si continuerebbe a prendere a cazzotti le scorregge foniche chiamate opinioni in un circolo vizioso/discorso ammazzatempo. La musica ottimista e sculettante stona col messaggio nella giusta misura, credo di poter affermare. Un ottimo pezzo, ovviamente.

La penultima “Da oggi mi chiamo Clemente” vorrei che la ascoltaste, babbei, è qui descritto un tipo di fastidio che a troppa gente è ignoto, e che non fa mai male sorbirsi. Cazzo! In un minuto e un quarto è già memoria, ma non c’è di che preoccuparsi perché verrà voglia di riascoltarla eghein end eghein.

Il cd muore parlando di morte nel pezzo finale “Monomortologo”. Un pezzo in cui il nostro Zona ha messo tutto ciò che negli altri pezzi non c’era, in questi bei 3 minuti e ventidue. Per dirlo come gli sciocchini, “spacca i culi”. La velocità dei pensieri di quest’uomo non è un esercizio per la laringe, una sega vocale, ebbasta, ma sembra che le nevrosi creative che gli bucherellano il cervello siano indice della mole di cose che ha da dire e che vuole dire. Qua ce n’è l’esempio.

Per trarre una conclusione, questo “Scrivere col sangue” è un disco da ascoltare da soli, camminando, riflettendo, camminando, guardando. Ed è così che l’ho ascoltato. Abituato come sono a frequentare un mucchio di culocefali e solo un paio di brave persone assetate di dialogo, ascoltare Zona non può che risultarmi un buon disco. Dà spunti, la musica è buona, ed è già molto in un mondo gremito di schizzetti di merda che si crede oro. Zona ha regalato i suoi dischi fin’ora, il che li fa assomigliare ad un dialogo a distanza, non solo pornografia sonora. Zona Mc ha uno straccio di anima? Certamente, inequivocabilmente, sì.

In qualche recensione certamente non al livello di questa qualcuno accusava Zona di essere uno studentello di filosofia che si gasava delle nozioni apprese beccando trentelodi, ma io, Televisionhead, ho sentito parlare gli studentelli di filosofia e gli studentelli di filosofia sono ad anni luce da qui, deo gratias. C’è da pensare che i pregiudizi ascoltino e vedano prima di noi, molto spesso. Ma io non sono un critico, io commento semplicemente il grado di durezza o di moscitudine del pisello della mia anima, titillata o meno dalle creazioni dei gruppi che ascolto, e che mi permettono di dire le mie cazzate su di loro. ‘Sto disco certamente non m’ha fatto fare cilecca, direi, coronando con l’ennesima cazzata questo flow di opinioni subnormali.

Personalmente quest’ultimo suo disco m’è piaciuto, ha delle idee ben realizzate, forse la durata complessiva è troppo corta, ma rispetto poi a quali stracazze di regole? Ecco, appunto. Sensazione mia. Come nella masturbazione, se non senti quel brivido particolare non ti riesce mica facile tirarlo fuori e iniziare a “strizzare il collo al pollo”, così, forse Zona Mc non farà venire “il brivido” alla maggior parte della gente abituata ad “altro rap”. Mica le decidiamo noi, le mode e gli andazzi. Resterà un ottimo disco di un rapper superiore alla media, e di molto. Non credo che, però, “Scrivere col sangue” mi piaccia quanto il precendente “Caosmo”, che ho ascoltato fino a farmi schizzare sangue misto a cerume dalle orecchie, ma, sapete, fare un disco rap ai livelli di “Caosmo” è parecchio difficile, anche per colui che l’ha fatto. Aver registrato un cazzo di capolavoro e continuare a partorire roba di qualità è ancor meno comune.

…E comunque, ci sarà un motivo se parte del sottotitolo di questo blog l’ho fregato proprio dal titolo di una canzone di Zona. No? Seguitelo.

Link al cidì di Zona Mc: http://trovarobato.bandcamp.com/album/scrivere-col-sangue

Link al profilo Facebook di dubbio gusto e dai contenuti superflui di Televisionhead: https://www.facebook.com/Televisionhead

martedì 14 maggio 2013

Little Rolling Heads From Outer Space Vol.4

Il Cimitero Nello Specchio, sperimentare è dire poco


Little Rolling Heads From Outer Space (Vol.4)

— Rubrica di critica musicale per teste d’acido, di Televisionhead —

Quarta Puntata: Il Cimitero Nello Specchio

Porcodio! Era ora! Un gruppo sperimentale! Parlando per me, son stanco fin dentro ai coglioni di sentire la stessa merda di cane friggersi e rifriggersi in eterno nella stessa padella, ed ecco che appena stavo per tirarmi un colpo di schioppetto nel più scuro buco che ho nel corpo per via della sfiducia nella creatività nell’uomo musicalis del 21 secolo, m’arriva da recensire il cimitero nello specchio. Il qual nome già di per sé merita. Senz’altro siamo lontani dalla cacca sonora che troppo spesso ci propinano. Cristincroce, ‘sto disco (“Sulla Soglia”, si chiama) ha pelo sui coglioni: è autoprodotto, autoregistrato, autoconcepito, e non ci ha mica voglia di venirci a raccontare fregnacce… Il sound è piuttosto complesso a dirla tutta: mi fa pensare ai miei amati Lounge Lizards (prima maniera) che fanno una sega ai Portishead, mentre il cadavere vizzo e mezzo squassato di Chet Baker suona appeso a testa in giù su un palco bruciato “my funny valentine” al contrario, e Frank Martin Strauss degli Einsturzende Neubauten nel frattanto si diverte a suonare ninnenanne africane martellando carrelli per la spesa amplificati e distorti mentre un disco di billy holiday inceppato continua a suonare lo stesso loop triste ma audace all’infinito, in sottofondo. Signore e signori, è roba da sentire strafatti. O roba che vi fa sentire strafatti se gli date una possibilità, e la piantate, ‘na buona volta di ascoltare sempre i soliti due dischi dei Maiden o di Katy Perry in repeat, lasciando spazio a gente viva, a gente sconosciuta ma non per questo meritatamente sconosciuta.

La prima traccia, “When the bugs have No Home”, ci abitua ad un cantato che non ritroveremo facilmente in tutto l’album, e mentre l’angosciante ritmaccio “alla NIN” ci striscia tra i neuroni, trombe impazzite anni ‘40 e sovrapposizioni sonore di varia natura (contatele, se vi riesce) contribuiscono alla sensazione di trovarsi in manicomio abbandonato in un languido e soffice badtrip con le mutande umide. Uno schiaffo al rallenty, ma l’anima del disco è da ricercarsi più in profondità, considero questo pezzo un sipario che si alza.

“Hellxxon Waldez” è una canzone deforme. Ma è una deformità che ci obbliga a guardarla… Potrei chiamarla un intermezzo. Tutto può essere jazz, mi verrebbe da dire, senti questa e pensaci.

Dopo è il turno della timida “untitled_1”, il cui ruolo mi sembra quello di stendere un tappeto rosso per “Rovine”. Un basso molto trip-hop, una base molto jungle-jazz, una figata se posso sbilanciarmi, visto che ‘sto cazzo di genere non si trova da nessuna cazzo di parte e me lo sto ritrovando tra le orecchie or ora, cazzo! Se ai raves ci fossero pezzi così, andrei ai raves. E invece col cazzo che ci vado. Un tip piuttosto liquido mi rimescola il cervello, mentre ascolto questo pezzo, il migliore fin’ora. Si inizia a percepire l’atmosfera dell’album, sta a voi procurarvi sinestesie stesi a letto con questi grooves ibridi, mica a me. Bel pezzo, cazzo!

“Untitled_2” è un altro intermezzo, ma se non ve lo dicevo col cazzo che ve n’accorgevate, perché ora inizia “Notte senza Luna”, paranoico jazz per scrittori con crampi di fame e pensieri più neri della roba che mi esce dal cucù se mangio thailandese per tre giorni di fila. Evoca essenzialmente una calma ipocrita, una tranquillità epilettica che assomiglia all’appartenere a due mondi al contempo. Ma la sorpresa arriva verso il terzo minuto. Qua si viaggia di brutto, non sto dicendo cazzate, il giro di chitarra è azzeccato, fa vedere una luce alla fine del tunnel di angoscia bianchiccia, ma ancora ci si sbaglia: imprevedibilmente le onde sonore ci portano al di sopra delle già provate seghe mentali, per farci volteggiare in uno dei più ben riusciti flow del disco. C’è solo da star zitti e da rimpiangere di non aver voglia di “farne su un’altra” per impedirsi di rovinare l’atmosfera del brano. Il consiglio è: preparatevi il cervello all’ascolto come meglio potete, perché se lo ascoltate tutto di fila, questo primo lavoro del Cimitero Nello Specchio, non avrete cazzi di alzarvi dal letto o dalla posizione stravaccata in cui sarete per tutto il tempo che durerà. Il pezzo dura 11 minuti e 19 secondi ed è un tempo giusto per un pezzo come questo, niente da dire. Il centro dell’opera, sencondo me, è proprio questa canzone, la sesta su dieci.

Ma mica è finito, è il turno di “Al Buio”, che più che una canzone è un’ “evocatore di umore”, che stende il tappeto alla Title-Track: un sottile riff di chitarra introduce lo spleen elettrico del pezzo. Sentendolo, vedo campi di grano secchi e calderrimi, un vecchio con la barba fino alle palle vestito da spaventapasseri crocifisso lì in mezzo, corvi che gli beccano la testa, nuovole di cemento su una città di provincia. C’è dell’industrial nella pancia di questa canzone: Il basso, il BASSO non ci lascia in pace mentre fuori dalla finestra operai scazzati tagliano lamiere armoniosamente e noi pensiamo al suicidio bevendo un thé al cardamomo, sorridendo. Poi il pezzo finisce forse troppo presto. Ma sono problemi miei, ogni tanto mi masturbo il cervello colla musica, sai.

“This Wall Together”, la prossima, non mi fa avere visioni grigie, ma mi fa riflettere. Questo pezzo è una stracazzo di evocazione, e pure ben riuscita. Un finale? Quasi. “Untitled_2” Ci fa uscire dal torpore con un semplice giro di chitarra, e “Sulla Soglia” è finito. Dico che è un buon disco perché non mi ha rotto i coglioni con forzature o con sottolineature o con pernacchie per stupire, è un disco onesto, solido, inadatto agli scaffali di qualche negozio patinato e perciò va ascoltato, a mio parere, proprio per la sua difficoltà di reperimento, per la difficoltà che sembrano avere i gruppi nell’andare fuori strada e perdere l’accesso alle etichette “sicure” date ai generi musicali non miscelati fra loro. Questo lavoro musicale non è “solo questo” o “solo quest’altro”, ma è, dichiaratamente, ALTRO. Questo gli farà perdere ascolti dai “camminatori sui sentieri” e da chi ama la musica in bianco e nero, ma mica per questo perderà il mio.

E per piacere a Televisionhead, non deve avere gusto della popò, ma del cioccolato.

Alla prossima, alla prossima, alla prossima.

Link al disco del Cimitero Nello Specchio:

http://ilcimiteronellospecchio.bandcamp.com/

Link al profilaccio facebook di Televisionhead:

https://www.facebook.com/Televisionhead?ref=tn_tnmn

venerdì 3 maggio 2013

Triste Mondo Malato


Televisionhead consiglia: tutto ciò che è vintage, dando uno sguardo alla (ir)realtà musicale da cancro ai coglioni che ci avviluppa, è bene avere memoria storica, cosìcchè, quando cammineremo col bastone e ci usciranno i peli dalle orecchie potremo bacchettare i nuovi teenagers iperattivi nel far nulla di Domani, dicendo loro che, se non altro, la puzza sotto alle ascelle degli anni 90, noi, o alcuni di noi, l'abbiamo per lo meno avvertita distrattamente. Quanto basta per essere delusi con una forza che rasenta il trauma da questi anni 2000 e '10 di merda, che ci hanno sottratto la felicità di essere giovani costringendoci a vile revivalismo di fotocopie sbiadite di ciò che un tempo era. Una generazione che imita i propri padri è una generazione sconfitta, e merita di morire. Peccato per me e te, lettore, ma i cani umani coi quali abbiamo pranzato, gomito a gomito, nella mensa dei poveracci che è la vita, quei maledetti mostri di mediocrità che chiamano coetanei, ebbene loro hanno ucciso lo sballo. Nessuno avrebbe potuto prevederlo. Non l'hanno ucciso i genitori. non gli sbirri. non la guerra, interiore o esteriore. non la disperazione. non MTV, schiava delle mode e venditrice meccanica di onde di merda come mode. No. è stato il ragazzetto della porta accanto che ha preferito le discoteche ai rave, le tastierine agli amplificatori, il rap bianco o quello nero più borghese a quello cosciente del messaggio che si portava dietro; ha preferito le boyband al new sincerity movement del Texas, cagato solo dalla solita nicchia veggente di quattro stronzi. Ha preferito Beyoncè a Kurt Cobain e Ronan Keeting ai Lounge Lizards. Bè ogni generazione ha la sua guerra, e la mia è stata quella di dover stare in apnea tra il non potermi dire parte della Generazione X e il non voler far parte in nessun modo di quella Y. Se dite che gli anni 90 fanno schifo, siete stati ibernati sino ad ora, poichè io questi 20 anni li ho vissuti nel più totale disprezzo. Non potendo nemmeno identificare la mia angoscia in generi come l'hardcore, senza scadere nella fantasia di GALVANIZZARE pietosamente un movimento già cadavere, io sono figlio di anni mai esistiti. grazie di niente, Zeitgeist.

sabato 27 aprile 2013

TOP 15 - DROGHE

 TOP 15 - Droghe
Sditalinare il 3° occhio ti aggrada da matti? Consideri la realtà una squallida prigione senza vitto e alloggio pagati? Hai così poca fantasia da non riuscire nemmeno più a strofinare la tua "terza gamba" per farne uscire quel latte denso e appiccicaticcio? Oppure sei un habitué dello sconvolgimento artificiale dei sensi?
In qualsiasi caso, questa classifica dalle potenzialità molteplici fa per te, stronzo.
Partiamo subito, ché non mi va di cazzeggiare oltre:


15) Quelle bustine del cazzo di finta erba che rifilano ai bomboccetti con le labbra sporche di latte e sborra negli smart shop
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Un classico della pre-adolescenza, solo Pippo o un bimbominkia ci cascherebbero. Si presenta come un legale surrogato della marijuana ma in realtà altro non è che paglia su cui un asino fottuto in testa abbia pisciato piscio sabbioso, su cui poi del sapone liquido al limone sia stato abbondantemente spruzzato su quell'orrida matassa, imbustata e pronta da vendere ai cervelli stanchi di questa nuova gioventù credulona e puzzolente. Amico, fumare i peli pubici di tua nonna in carriola forse ti sballa di più. Anzi, sicuro come la morte che ti fa flippare di più le percezioni.
FRASE TIPO: "...Aspetta...Forse mi sta facendo qualcosa...No."


14) MDMA
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Molti di voi stronzetti amarognoli la prenderanno sul personale, ma, ebbene si, l'MDMA sta così in basso. Perché? Perché ha rotto il cazzo, no, ha buttato dodici bombe H sulle mie palle, piuttosto, e, sapete cosa? Il problema è che assomiglia troppo a chi ne fa uso: è prevedibile, futile, noiosa, inconsistente ed odiosetta. Questo almeno se unita ai luoghi ed alle "persone" con cui generalmente è assunta, ahimè. Raves di coglioncelli piercingati coi soldi della mamma, sporchi di polvere e merda secca dei loro stessi cani-da-finto-punkabbestia con pedigree e vaccini, dotati di sorrisetti vacui come tra l'altro è rispecchiato ottimamente dal loro cervello atrofizzato e bucherellato ben precedentemente dell'assunzione della prima pastiglia o del primo sorso di MDMA. Cazzo, sono accompagnati da pit-bulls rintronati dai frequenti noiosissimi pezzi di musica elettronica che ai raves sono "pompati a mille", e mi chiedo quanto felici essi siano di diventare sordi in party notturni coi loro padroni ciucciacazzi. Bracaloni, testedicazzo, scimmie piene di negatività, piene di cacca ed irregolarità cerebrali, mantenuti economicamente e mantenuti stupidi dalla loro droga favorita. Affanculo in blocco a tutti, sostanza ed utilizzatori, andiamo avanti.
FRASE TIPO: "Al rave di sabato girerà l'EMMEDI', io vado sicuro!"


13) Speed
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Se vi piacciono infartelli blandi, noia a velocità sostenuta, un ano facilmente penetrabile e calore con sudore abbondante, allora fatevi avanti, stronzi, sniffate sta merda, che sono anche troppo buono a mettere al tredicesimo posto di codesta classifica. E ne ho parlato pure troppo, sporca eva.
FRASE TIPO: "Prendi la custodia di quel cd, che ci facciamo due righe di speed!"


12) Ketamina
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Uno direbbe, la danno ai cavalli, cazzo, chissà cosa ci fa. Invece no. A parte dissociazioni tra mente e corpo, cosa che gli idioti provano ogni giorno anche senza l'utilizzo di sostanze "illegali", non succede un cazzo. Immaginate di venire presi a pugni e di non provare dolore, di andare cappaò ma di essere svegli, scemi e in una nebbia che forse c'è o forse è solo l'effetto delle due birre doppio malto di prima con un goccio di vodka liscia, chissà, ecco, ora immaginate di pagare per questo, e di rischiare di finire in galera per questo "sballo" da proto hipsters che si credono "lo zoo di Berlino" solo perché hanno provato 'sta ciofeca. Bene, ne vale la pena?
FRASE TIPO: "La Keta, miglior roba!"


11) Cocaina
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Se sei abbastanza ricco da potertene comprare abbastanza da poter dire di conoscerne gli effetti, allora non hai nemmeno bisogno di questa polverina bianchiccia che fa sentire un verme come Dio e che fa sentire Dio come Robert Plant. I sogni non dovrebbero avere prezzo, e questa droga si chiama autosodisfazione con il raffreddore. Quanto costa il fazzoletto con cui ti soffi il naso subito dopo che le tue fosse nasali si sono riempite di muco per via della coca? Eppoi disboscano e sfruttano troppa gente per questa droga da ricchi, almeno l'eroina ti rende derelitto come chi la produce... Mi sta sul cazzo.
FRASE TIPO: "Ragazzi, sabato sera nevica!"


10) Eroina
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La droga che tutti ringraziamo per averci donato la meglio musica jazz, punk, blues, heavy metal, rock, pop, grunge, synth, eccetereccetera. La ringraziamo perché siamo spettatori, ovvio. Questa dea capricciosetta regala meno di quanto toglie, e se è in classifica è solo perché, se legalizzata negli ospedali, darebbe sollievi enormi a chi crepa per un cancro al buco del culo e per altri malanni. Davvero, ha delle potenzialità, peccato che siano solo dei perdigiorno con la faccia da ladri a farne uso, oppure rockstars, scrittori e in generale gente con tendenze al talento e all'autodistruzione. Bah.
FRASE TIPO: "L'eroina è meglio dell'orgasmo... Ma non provarla mai!"


9) Krokodil
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La famigerata krokodil, ma certo. Cosa c'è di meglio di una droga fatta tra le altre cose con la carta vetrata per fiammiferi, benzina e medicinali generici frullati che ti fa marcire dall'interno? No, non è un libro inedito di William Burroughs, cazzo, è la realtà, e anche solo per queste caratteristiche meriterebbe il podio. Peccato per le sole due ore di euforia blanda che offre in cambio della zombizzazione. Mediocre ma con le palle più pelose del West, dico io.
FRASE TIPO: "дерьмо, гниение изнутри! ебать!"


8) Colla
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Ovviamente è così in alto per il suo fascino orrido, quasi un intrattenimento turistico per i cinici turisti che dicono "ooooh, i bambini romeni che sniffano colla, proprio come in TV! E come dicono i Ramones!". Ovviamente fa schifo, ma è un'immagine piuttosto significativa della nostra società, bambinetti di 10 anni con facce da assassini stupratori che si rifugiano nelle fogne respirando questa merdaccia amara nei sacchetti di plastica lanciando sguardi d'odio contro un cielo nefasto che li ha dimenticati. Roba sottovalutata.
FRASE TIPO: "................."


7) La droga che fa mangiare le facce 
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Detta anche "settimo cielo", proprio come la nota serie tv, è curioso come guardando l'omonima serie abbia avuto le stesse reazioni nervose ed assassine dei pochi che l'hanno provata con gli esiti che sappiamo. Mi dispiace per i poveracci a cui è stata strappata la facciaccia a morsi, accidenti, però mi chiedo come sarebbe metterla nei bicchieri d'acqua dei parlamentari durante la votazione di una delle sempre più numerose leggi per toglierci libertà. Dovrebbe essere divertente, penso, guardare il Parlamento azzuffarsi violentemente, e non dover più vedere quelle facce di merda dei politici, strappate a morsi le une dalle altre. Rilassante fantasia.
FRASE TIPO: "Chissà che cazzo di effetto fa questa cazzo di droga fottuta!?"


6) Trielina
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Incredibilmente facile da reperire, prezzo stracciato, confezione sobria e spartana ma non per questo priva di classe, è la migliore nel rapporto qualità-prezzo se non vi fotte niente delle vostre cellule cerebrali. Si dice faccia meno male della TV, quel "contiene sostanze probabilmente cancerogene" fa sperare la parte più sciocchina di noi che non ci sia troppo da paventare. Pochissimi i morti documentati in seguito al suo abuso, la Trielina (detta anche "trilly") è la compagna indimenticabile delle gioventù urbane dei decenni passati. Tramandata solo tra alcuni gruppetti in ogni città, che ne conoscono i segreti, ha il fascino delle erbe medicinali per le visioni dei nativi americani, solo trasposta in un contesto cementizio e cittadino, squallido al punto giusto. Potentemente allucinogena (ma senza luci e colori, statene alla larga, hippies!), offre uno svago depressivo solo a quei temerari che la sniffano sino a che la macchia nel fazzoletto è completamente secca. Una vera e propria macchina-crea-déjà-vu, andrebbe studiata e rivalutata. Attenti all'"effetto 3a persona", wow.
FRASE TIPO: "Cazzo, ecco l'effetto elicottero..."


5) Alcool
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Cara vecchia bumba, che dire che non sia già stato detto? Ecco un esempio di droga con solo effetti negativi ma che si prende il merito del divertimento spesso e volentieri. In realtà, lo sappiamo, è solo una coperta di Linus, la vita c'è anche se si è sobri, solo che abbiamo bisogno di essere più stupidi possibile, sembrerebbe, per goderne. E poi è approvata dal governo, che si intasca le sue percentuali. Meglio di così!
FRASE TIPO: "Non sono ubriaco!"


4) Fughetti
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Quasi sul podio, e soprattutto grazie al loro aspetto fisico. Belli, sani, simpaticoni. Anche le psicosi che risvegliano hanno il sapore del successo. Un must per tutti gli amanti dello scoprire, per tutti i curiosi, e per tutti gli idioti che devono provare tutto senza capirci un cazzo pur avendo la verità sotto alla punta del loro fottuto naso. Lati negativi troppo variabili, dipendenti dalla provenienza incerta, dalla facilità della presenza di parassiti, dalla società che ci fa piombare a calci nel deretano nei peggiori bad trips, ma i lati positivi sono solidi, quando ci sono. Un must per la psichedelia giovanile.
FRASE TIPO: "FIGATA!"


3) LSD
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Timothy Leary non era un coglione. E nemmeno Bill Hicks. Non me la sento di aggiungere altro alle loro brillanti opinioni che illumineranno i nostri terzi occhi per sempre. Un terzo posto che vale come un primo.
FRASE TIPO: "...Sarebbe così bello, cazzo, sarebbe così bello..."


2) Marijuana
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Un classico senza tempo. Il vero frutto proibito, che rende interessante anche il peggior coglione dell'universo o la situazione più pesa. Naturale, bella, fresca, profumata, utile anche a molte altre cose oltre che all'esplorazione di se stessi, è il best seller di così tante generazioni da significare qualità e resistenza al fattore tempo. Intramontabile, vecchia ganja. Cosa c'è meglio di te? Niente.
FRASE TIPO: "...Wow!"


1) Internet
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Ha spodestato la masturbazione dai nostri pensieri, ha rimpiazzato le esperienze realmente vissute con quelle virtuali, è la finestra fasulla che da su un mondo quasi vero e senza del quale nessuno potrebbe più fare a meno. Chi la usa ne è dipendente, sempre a smanettarsi il cervello come un cazzo che non ne vuole sapere di stare su, è il più grande mangiatempo dopo la tv. In sè ha tutta la conoscenza del mondo o quasi, ma noi ci accontentiamo di youporn, risate facili su youtube guardando cadute di testa di sfortunati coglioni e musica da scaricare per non ascoltarla mai. Guardare, guardare, guardare, non fare. Giochetti, seghe, sitacci di quint'ordine e disordinate visite random su wikipedia al più, sono ciò che diamo da mangiare al nostro cervello in fibrillazione, ormai. Sembrerebbe proprio che l'umanità perda la partita qualsiasi cosa faccia. Però c'è anche del buono, nel nido di questa serpe fottuta. Il mio blog, per esempio, il cui ultimo brillante post avete appena finito di leggere, junkies!

Little Rolling Heads From Outer Space Vol.2


 The Unchaining, un losco figuro errabondo nella solitudine undergound


Little Rolling Heads From Outer Space (Vol.2)

— Rubrica di critica musicale per teste d’acido, di Televisionhead —

Seconda Puntata: The Unchaining

Ci si aspetterebbe diavoletti con le palle in vista, pentagrammi kitsch e scritte ramificate nello stile di qualsiasi stracazzo di gruppo black metal, invece ci viene sbattuto in faccia il sinistro disegno di una figura umana (o un busto per il tiro al bersaglio) che vaga per il mesto paesaggio montuoso in una scena notturna. Nessuna traccia di un nome, nessuna traccia di un titolo. Il che, in un mondo musicale improntato sulla puttanificazione dell’immagine e del nome e del logo credo si distanzi dall’andazzo generale in modo sufficiente perché io decida di usare le mie orecchie per ascoltare l’album, anzitutto. Mi preparo a stringere lo sfintere aspettandomi le classiche note strazianti gonfie di gain ripetute all’infinito per decine di minuti, forse ricordando atavicamente la copertina di forest poetry di quel pelato di Ildjarn, copertina ugualmente naif e nel suo caso portatrice di armageddon lo-fi al limite della tolleranza auricolare. I miei pregiudizi non vengono assecondati perché l’inizio dell’album, invece, è più gentile di una sega fatta per amore da una nonna thailandese malata di tisi. I lenti riffs pompati di chorus della prima traccia “Meditation” non hanno secondi fini se non quelli riportati nel titolo.

Nemmeno due minuti e inizia “The Wanderer”, la batteria è in secondo piano, la chitarra è monocromatica, la voce è nostalgicamente incazzata e visto che mi si gela il cazzo vado a prendere una maglia in più. La prima canzone mi ricorda una serata d’inverno passata in solitudine a giocare a backgammon con fantasmi settecenteschi e fuori dalla finestra alberi morti e pioggia semisolida. La tastiera liquida aiuta a dare melodia al tutto, e quando la seconda parte della canzone si fa strada nelle mie orecchie capisco il desiderio del nostro The Unchaining. Costui non ci desidera verticali mentre ascoltiamo la sua roba, ma bensì orizzontali. Non vi sto suggerendo assolutamente di scopare mentre l’ascoltate, vi sto suggerendo di starvene stesi a letto a farvi seghe mentali, mentre lasciate sul piatto questo “Wandering Through The Landscapes OF Mind” (che è il fottuto nome del disco, cos’altro dovrebbe essere, il nome di mia madre, idiota??!) poiché immagino sia questo l’obbiettivo del musicante. Scordatevi l’headbanging scorreggione che i fighetti del metallo cercano per uccidere anche gli ultimi collegamenti neuronali che comunque non hanno, sta qua è roba introspettiva, quindi non spaccate il cazzo e state zitti stesi lì e menatevi il cazzo della mente per tutta la mezzoretta del disco, funziona così.

Buona la scelta di non spezzare il ritmo della seconda canzone con la seguente “The wolf”, avevo paura di tornare nell’acustico, ma The Unchaining piazza lì un altro pezzo atmosferico ma non per questo deboluccio come una sega con i piedi fatta da un morto. Più varietà di giri chitarra, più tastiere, una batteria non invadente, la canzone è spezzata a metà ma non discontinua, la cosa che posso dire è che non è merda pop quindi non si fa recensire come merda pop, quindi non posso parlare di una qualche struttura fissa delle canzoni (e manco vorrei farlo). Sto qua è un disco che va ascoltato d’un fiato o niente. Successivamente è la volta di “Meditation (Part 2)”, una traccia Burzumiana keyboard-only che non stona, visto che a sto punto dell’ascolto si è capito che il titolo di quest’opera non ci prende per culo: l’intenzione sta tutta in quelle 6 parole, se non lo capisci vai su google translate e sentiti scemo, poiché, cazzo della madre di Cristo Addolorato, più semplice di così si muore.

“Wisdom” torna ad essere suonata con la chitarra, inizia solenne e distorta, il riff mi piace, c’è un intervallante lavoro di plettro lento-veloce che ricorda anche altri generi. La canzone continua a essere un cubetto di ghiaccio del Nord tra i coglioni (riffs gelidi e batteria mesmerizzante) fino al pezzo con la chitarra acustica, che non sapevo se aspettarmi o no, e poi la solennità di giri lenti e scanditi torna fino all’assolo fantasy del finale. Il pezzo più coraggioso dell’album, yeah.

La voce di “The Wind is blowing free” è recitata, il ritmo più incalzante, quindi si può dire che il disco parta lentamente per poi gonfiarsi verso la fine, come il nome stesso di codesta one-man-band mi suggerisce. quell’ING alla fine di UNCHAIN da l’idea di un processo continuato, e così è, credo, poiché c’è traccia di un incazzamento crescente, di una melodia, e proprio in questa traccia piuttosto lunga rispetto alle altre c’è il centro dell’opera. Ma come cazzo parlo? Sarà che il continuo riffing fitto delle chitarre blackeggianti mi rendono il cervello pappa d’avena tiepidina.

Dopo il lungo fade out sprofondiamo ancora nel soundscape acustico, in un lentissimo “dong dong” di chitarra acustica, e canti tantrico-vichinghi in sottofondo. “Stars” chiude il cerchio dell’album, tornando alla quiete dell’inizio. Come due parentesi contenenti un’espressione di fottuta algebra, sta a voi risolverla, io sono solo il professore scoreggione che da i compiti. Il mio giudizio? Stare orizzontali ed amare l’atmospheric black metal che non copia pedissequamente altri grandi nomi, sono i requisiti per ascoltare quest’album con un sorrisetto ebete o con uno sguardo più serio, sono due fattori obbligatori a chi l’ascolta. Altrimenti ascoltatevi Phil Collins, dio bastardo, se vi va di “scuotere il culetto” nel modo più mediocre possibile. Questo è del buon underground. Underground non vuol dire classifiche. Il link sta qua sotto. Guidate piano.

LINK AL PROFILO FACEBOOK DI TELEVISIONHEAD: http://www.facebook.com/Televisionhead?ref=hl

LINK A THE UNCHAINING’s WANDERING THROUGH THE LANDSCAPES OF MIND: https://soundcloud.com/the-unchaining/sets/the-unchaining-wandering

Little Rolling Heads From Outer Space Vol.1

  CJ@DoubleCube dalle molte facce


Little Rolling Heads From Outer Space (Vol.1)

— Rubrica di critica musicale per teste d’acido, di Televisionhead —

Prima Puntata: CJ@DoubleCube

Il progetto del quale sto parlandovi, ci tengo a dirlo, geograficamente è vicino a chi parla. Iniziamo da lontano parlando di chi e cosa cazzo sto recensendo, intanto. “CJ”, il nostro uomo, ha un passato (e credo un presente) di numetalhead in veste di bassista in bands quali Before We Forget The Pain, The Age Of Libra, e altri che non conosco per un cazzo, visto che non esco di casa se non per pisciare sangue sui cespugli del vicino o per acquistare droga scadente. Fatto sta che CJ non si è fermato a ciò, dando prova d’avere un motivo di essere ascoltato fondando la DOUBLECUBE, che, dice essere il suo piccolo spazio musicale casalingo nel quale mette le sue idee in un fottuto frullatore con altre teste d’acido per partorire ciò che viene fuori dalle sue orge sonore private, credo. L’idea di farsi la musica da se’ mi accarezza i coglioni con un panno tiepido ed umidificato al punto giusto, sapete, quindi inizio il tutto bendisposto dalla filosofia DIY in ballo, Cristodidio.

Inizio a dire che, nelle sei tracce che ho ascoltate c’è “un che” delle “Desert Sessions” di Josh “peldicarota” Homme, valeaddire collaborazioni, jams, scambi, seghini vicendevoli, 69 musicali ed esperimenti, il che mi piace, sapete, voglio dire: voi per “accarezzare la biscia nelle vostre mutande” preferireste scaricarvi filmati di gente che si masturba solitaria su un lavandino pieno di capelli e dentifricio guardando la propria sudaticcia immagine pietosa riflessa nel sudicio specchio oppure una scopata hardcore con turpiloquio e schiaffi forti sulle chiappe come si deve? Esatto, più cervelli in azione possono fare anche del bene, a volte. E’ questo è un caso da prendere in esame.

Inizio col mettere il tasto play su “Rd (ft. C.)” e col soffermarmi sui titoli. E’ come se l’autore mi dicesse intrinsecamente “Oh, bene, ti aspetti un titolo a questo pezzo? Vuoi un titolo? Col cazzo che te lo do, un titolo, figlio di una scorreggia fatta coll’imbuto! Ascolta e taci, nanetto di merda!” E io allora ascolto, zitto e mosca.

Un ritmo di batteria sincopato dal piano di sotto mi dice di attendere, un pianoforte tipo “trip-hop” entra spinto da qualcuno nella scena, mi vedo già a fumare hashish su un letto di dolore con una puttana morta a metà semidistesa sul pavimento, e nei miei occhi c’è qualcosa di vissuto e triste, come un calcio dritto nel mezzo del culo da chi un tempo amavi. Un accenno di voce mi conferma che la vita è una merda ma lo fa in un modo che mi piace, eccoci, come se ora fossi attaccato a un tubo per vivere fissando il soffitto bianco di un anonimo ospedale, ma rivedessi in quel bianco le cose fiche che ho fatto. E’ il pezzo che ogni regista di serie tv drammatiche vorrebbe avere come colonna sonora del dramma finale. C’è un che di andato, in questa traccia, e che non tornerà proprio per un cazzo. Mi piace.

Poi inizia “JamS@2C”, che stavolta non è strumentale, ma lo sembra, perché quando la voce si fa sentire è comunque non vicinissima, come cazzo faccio a spiegarvi, scivola via mano a mano che il groove di basso accompagna la melodia ben spiaccicata ed ben atmosferica delle chitarre. Dice quello che deve dire, la voce, e lascia spazio agli assoli anemici ed armonici, in un fade out che dura un po’. Mi sembra qualcosa di posthardcore, ma non saprò mai cosa. Mi da, cazzo, l’idea di essere un pezzo al centro di un theme album decontestualizzato, non è affatto male, cioè, cazzodicristo, come accidenti ve la spiego, questa… Ecco. Avete presente quando vi imbucate ad un rinfresco e ci sono i tramezzini e voi prendete un maledetto tramezzino, lo addentate e dite “che stracazzo c’è dentro?” ma poi vi scoprite a mangiarne quattro/cinque con un punto interrogativo in testa? Ecco l’effetto che mi fa questa canzone. E’ la mia preferita delle 6 in questione, potrei dire, spazia e viaggia.

è il turno di “H2”, devo dire che sto iniziando ad affezionarmi al modo in cui questi titoli mi mostrano il dito medio. Disorientanti, dio canaglia. Come disorientante è l’introduzione violenta di effetti elettronici massivi, che ti catapultano il cervello a calci nel culo in una spirale di acidità. Sembra di essere in un rave con qualche strumento VERO, per un po’, e il pianoforte è come vedere tua madre in pista mentre sei strafatto di MDMA, che ti dice “tranquillo, orsacchiotto, tutti gli effetti da badtrip delle droghe passano, prima o poi” e ti manda bacini. Ma poi, POI arriva una voce mefistofelica dal fondo del muro sonoro che sembra dire, col cazzo, ciucciabiscie, adesso sei nella merdaccia. Ok, a scanso di stronzate, è un buon pezzo elektroniko.

“Compression test” mi ricorda certi videogame incasina-neuroni frenetici e colorati. E’ un esperimento che sa di esserlo e se ne vanta.

“Will, Lies (Feat C.)” è il pezzo più “canzone” dei sei da me ascoltati. Pianoforte e voce, registrati bene, devo dire. Mi girano un po’ i coglioni perché mi sento un po’ come Rocco Siffredi senza cazzo, voglio dire, potrei dire di più se avessi un album davanti, invece ho davanti una raccolta di pezzi collegati dal fatto di essere scollegati, per cui è come se recensissi il demo di un demo, il che è interessante, perdio, MA per me è difficile come finire Contra per NES ad occhi chiusi camminando sui carboni ardenti mentre un’aragosta tenta di tagliarmi i coglioni con una chela e con l’altra cerca di disturbare il mio joypad per impedirmi di giocare, riuscendoci. Comunque è un pezzo che si pone un obbiettivo e lo raggiunge, vale a dire è orecchiabile, ben registrato, ha una cazzo di struttura e non fa coglionate di sorta. E’ la più razionale delle sei, andando a complicare ancor di più il caos disciplinato delle sessions DoubleCube. D’altra parte chi cazzo lo vuole sentire un progetto lineare e perciò stracciacoglioni?

L’ultimo pezzo è “2He”, che mi ricorda qualcosa di Velvet Acid Christ, o anche qualcosa dei Suicide Commando. Una voce apocalittica salmodia qualcosa mentre siamo tempestati dalla sassaiola elettronica che, però secondo me dura troppo poco per poterci viaggiare agevolmente. Fica la voce di Shiva che scopa un cazzo nucleare alla fine. L’avrei fatta durare di più, la canzone, per accendermici una pipetta e lasciarmici andare come perso in un universo diverso da quello in cui mi ritrovo a vivere quotidianamente. Da ascoltare, come del resto pure le altre, ad alto volume in CUFFIA per assaporarne gli angoli preclusi dal volume “lounge” che soltanto un amante del jazz senza gonadi potrebbe considerare “il volume giusto”.

In definitiva vi raccomando di tenere sott’occhio questo CJ per le possibili evoluzioni che questi suoi progetti potrebbero avere. E’ come nella stronza scena finale di Castaway con quel leccapalle di Tom Hanks che sta in mezzo all’incrocio e chi lo sa dove cazzo andrà, chi lo sa, e tu stai a guardare e la risposta ancora non c’è. Dove andrà il DoubleCube studio attraverso le sue Gang Bangs sonore? Stiamo a vedere, dio porcello, con curiosità e buone aspettative, e nel frattempo, come di consueto, vi lascio il link alla fine della recensione così avete qualcosa da fare dopo il catechismo. Alla prossima, teste d’acido, e ricordatevi di spedire al mio indirizzo facebook i vostri parti artistici (di qualsiasi genere, so tutto) per recensioni più o meno crudeli. Ciao.

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CANALE SOUNDCLOUD di CJ@DOUBLECUBE: https://soundcloud.com/mp5_hidden

Quando le ragazze avevano I coglioni di non dar retta ai coglioni


Mi piacerebbe sapere che cazzo di fine hanno fatto le riot grrrls, cazzo di Dio, no, ma che dico, vorrei sapere che fine hanno fatto le persone anti-stereotipo. Sapendo che non sarà da parte vostra che otterrò una risposta, divago.

Parlo delle Slits, porca troia, delle Bikini Kill, maledetta miseria, delle 7 year bitch, per dire. Si legga il testo di “typical girls”, ecco, dice tutto.

Voglio dire, alla mia domanda “che fine hanno fatto” non accetterò una puntata di dito verso di me siccome ho il cazzo e ho poche tette, con frasi del tipo: “ecco di chi è la colpa! TU! Maschio! Stronzo! A morte! Sei un passivo collaboratore di una società maschilista e mercificatrice in quanto uomo! Taci e chiedi scusa ma non basterà comunque!” Perché una risposta del genere è nazista e ridicola, ovviamente, ma la mia domanda è sincera e preoccupata. Dove cazzo sono finite le ragazze, soprattutto, non dico le donne, ma le RAGAZZE, persone giovani portano rivoluzioni giovani. Ma a quanto pare questa generazione di bacate teste di cazzo col cervello ammollo tra radiazioni da computer e di tv e lavaggi di cervello autoimposti e non, e stupidità come modello da imporsi non desidera altro che dormire ed adeguarsi. Maschi e femmine ridotti a silhouettes deformi, merdaccia, cazzo! Caricature di persone, vecchi pupazzi fottuti con calamite al posto di cazzi e fighe, e ragni nel cranio. Voglio dire, sono l’unica testa di cazzo che rimpiange le maree del passato piuttosto che la squallida bonaccia del presente?

Davvero la nuova icona femminile del decennio è quella diarrea umanoide di Lady Gaga? Cazzo, che insulto, questo ridefinisce i limiti precedenti in fatto di disgusto cosmico. Questo mi fa vomitare le gengive dalla rabbia, dalla noia, dalla delusione. CAZZO, io ricordo le L7, le Babes in Toyland, PJ Harvey, ma cazzo di un cazzo di uno stracazzo, davvero preferite QUESTA MERDA NEW-HOUSE PURULENTA A GRUPPI PIENI DI IDEALE E DI SONORITA’ CON I COGLIONI? Merda!

LA MASSA, LA MALEDETTA MASSA! So che siete là fuori, ragazze-anti-stereotipo. Sono dalla vostra parte, cazzo, sono dalla vostra parte, cazzo, sono dalla vostra parte.

Vorrei sapere il perché di questa nuova tendenza a dimenticare le conquiste del passato in favore di un presente che puzza di pesce marcio vomitato da un culo appestato. Leggetevi il Riot grrrl manifesto e ditemi che cosa non va. Fatelo, cazzoni! Davvero preferite essere come sta ciofeca?


Supemerda, io preferirei fare un 69 con un triceratopo idrofobo piuttosto che trovarmi a parlare di vita vera con una di queste esponenti della Nuova Ragazza. E molte di voi preferirebbero essere morte, piuttosto che ridotte a tanto poco. Eppure, schifomadonna, è proprio questa la direzione, l’andazzo. E’ come se vedessi potenziali persone cagare a terra e poi prendere manate di merda e spalmarsele addosso per assomigliare a fango e terriccio e schifo, e chi sembra più inzaccherato di merda è più ricercato dalla massa di merde. Io sento puzza, perdio, ne sento molta, e voglio starne alla larga. Meno si darà retta a queste ragazzette anoressiche coi jeans stretti, occhiali da fotofobiche e voci nasali di sta minchia e più si sentiranno ignorate e si guarderanno dentro. Per favore, ragazze intelligenti, giocate alle vostre regole, anche se siete sole. Rivogliamo la bella musica di vent’anni fa, rivogliamo persone e non ragazzette con il codice a barre stampato sulle tette e rivogliamo quello che mai abbiamo avuto: la cazzo di uguaglianza.

Ribellatevi, che io e la mia tv-testa saremo al vostro fianco a sparare col moschetto in direzione della mediocrità e della standardizzazione e quando sarà tutto finito e la merda ripulita rockeggeremo assieme sulle note di “I Like Fucking” delle Bikini Kill, ripensando ai tempi d’oro, che non erano certo quelli odierni, in cui una delle esponenti di questo gruppo collabora con Christina Aguilera e dimostra così di non possedere in fin dei conti uno straccio d’anima.

Ribellatevi semplicemente dando più spazio a che cazzo siete e non a che cazzo dovreste essere. Eccheccazzo.

Rivoglio le Riot Grrrls, dunque, provvedete! Eravate proprio una gran cosa.

Dài, allora.

Ancora una maledettissima cosa: attenzione, ragazzi e ragazze, rilassatevi: dopotutto non esistete! Non fate quelle facce serie mentre recitate i vostri ruoli sessuali. Siete buffi e stronzi, piantatela! Evolversi, finalmente, su, su! Suvvia!