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venerdì 3 maggio 2013

Triste Mondo Malato


Televisionhead consiglia: tutto ciò che è vintage, dando uno sguardo alla (ir)realtà musicale da cancro ai coglioni che ci avviluppa, è bene avere memoria storica, cosìcchè, quando cammineremo col bastone e ci usciranno i peli dalle orecchie potremo bacchettare i nuovi teenagers iperattivi nel far nulla di Domani, dicendo loro che, se non altro, la puzza sotto alle ascelle degli anni 90, noi, o alcuni di noi, l'abbiamo per lo meno avvertita distrattamente. Quanto basta per essere delusi con una forza che rasenta il trauma da questi anni 2000 e '10 di merda, che ci hanno sottratto la felicità di essere giovani costringendoci a vile revivalismo di fotocopie sbiadite di ciò che un tempo era. Una generazione che imita i propri padri è una generazione sconfitta, e merita di morire. Peccato per me e te, lettore, ma i cani umani coi quali abbiamo pranzato, gomito a gomito, nella mensa dei poveracci che è la vita, quei maledetti mostri di mediocrità che chiamano coetanei, ebbene loro hanno ucciso lo sballo. Nessuno avrebbe potuto prevederlo. Non l'hanno ucciso i genitori. non gli sbirri. non la guerra, interiore o esteriore. non la disperazione. non MTV, schiava delle mode e venditrice meccanica di onde di merda come mode. No. è stato il ragazzetto della porta accanto che ha preferito le discoteche ai rave, le tastierine agli amplificatori, il rap bianco o quello nero più borghese a quello cosciente del messaggio che si portava dietro; ha preferito le boyband al new sincerity movement del Texas, cagato solo dalla solita nicchia veggente di quattro stronzi. Ha preferito Beyoncè a Kurt Cobain e Ronan Keeting ai Lounge Lizards. Bè ogni generazione ha la sua guerra, e la mia è stata quella di dover stare in apnea tra il non potermi dire parte della Generazione X e il non voler far parte in nessun modo di quella Y. Se dite che gli anni 90 fanno schifo, siete stati ibernati sino ad ora, poichè io questi 20 anni li ho vissuti nel più totale disprezzo. Non potendo nemmeno identificare la mia angoscia in generi come l'hardcore, senza scadere nella fantasia di GALVANIZZARE pietosamente un movimento già cadavere, io sono figlio di anni mai esistiti. grazie di niente, Zeitgeist.

sabato 27 aprile 2013

Little Rolling Heads From Outer Space Vol.2


 The Unchaining, un losco figuro errabondo nella solitudine undergound


Little Rolling Heads From Outer Space (Vol.2)

— Rubrica di critica musicale per teste d’acido, di Televisionhead —

Seconda Puntata: The Unchaining

Ci si aspetterebbe diavoletti con le palle in vista, pentagrammi kitsch e scritte ramificate nello stile di qualsiasi stracazzo di gruppo black metal, invece ci viene sbattuto in faccia il sinistro disegno di una figura umana (o un busto per il tiro al bersaglio) che vaga per il mesto paesaggio montuoso in una scena notturna. Nessuna traccia di un nome, nessuna traccia di un titolo. Il che, in un mondo musicale improntato sulla puttanificazione dell’immagine e del nome e del logo credo si distanzi dall’andazzo generale in modo sufficiente perché io decida di usare le mie orecchie per ascoltare l’album, anzitutto. Mi preparo a stringere lo sfintere aspettandomi le classiche note strazianti gonfie di gain ripetute all’infinito per decine di minuti, forse ricordando atavicamente la copertina di forest poetry di quel pelato di Ildjarn, copertina ugualmente naif e nel suo caso portatrice di armageddon lo-fi al limite della tolleranza auricolare. I miei pregiudizi non vengono assecondati perché l’inizio dell’album, invece, è più gentile di una sega fatta per amore da una nonna thailandese malata di tisi. I lenti riffs pompati di chorus della prima traccia “Meditation” non hanno secondi fini se non quelli riportati nel titolo.

Nemmeno due minuti e inizia “The Wanderer”, la batteria è in secondo piano, la chitarra è monocromatica, la voce è nostalgicamente incazzata e visto che mi si gela il cazzo vado a prendere una maglia in più. La prima canzone mi ricorda una serata d’inverno passata in solitudine a giocare a backgammon con fantasmi settecenteschi e fuori dalla finestra alberi morti e pioggia semisolida. La tastiera liquida aiuta a dare melodia al tutto, e quando la seconda parte della canzone si fa strada nelle mie orecchie capisco il desiderio del nostro The Unchaining. Costui non ci desidera verticali mentre ascoltiamo la sua roba, ma bensì orizzontali. Non vi sto suggerendo assolutamente di scopare mentre l’ascoltate, vi sto suggerendo di starvene stesi a letto a farvi seghe mentali, mentre lasciate sul piatto questo “Wandering Through The Landscapes OF Mind” (che è il fottuto nome del disco, cos’altro dovrebbe essere, il nome di mia madre, idiota??!) poiché immagino sia questo l’obbiettivo del musicante. Scordatevi l’headbanging scorreggione che i fighetti del metallo cercano per uccidere anche gli ultimi collegamenti neuronali che comunque non hanno, sta qua è roba introspettiva, quindi non spaccate il cazzo e state zitti stesi lì e menatevi il cazzo della mente per tutta la mezzoretta del disco, funziona così.

Buona la scelta di non spezzare il ritmo della seconda canzone con la seguente “The wolf”, avevo paura di tornare nell’acustico, ma The Unchaining piazza lì un altro pezzo atmosferico ma non per questo deboluccio come una sega con i piedi fatta da un morto. Più varietà di giri chitarra, più tastiere, una batteria non invadente, la canzone è spezzata a metà ma non discontinua, la cosa che posso dire è che non è merda pop quindi non si fa recensire come merda pop, quindi non posso parlare di una qualche struttura fissa delle canzoni (e manco vorrei farlo). Sto qua è un disco che va ascoltato d’un fiato o niente. Successivamente è la volta di “Meditation (Part 2)”, una traccia Burzumiana keyboard-only che non stona, visto che a sto punto dell’ascolto si è capito che il titolo di quest’opera non ci prende per culo: l’intenzione sta tutta in quelle 6 parole, se non lo capisci vai su google translate e sentiti scemo, poiché, cazzo della madre di Cristo Addolorato, più semplice di così si muore.

“Wisdom” torna ad essere suonata con la chitarra, inizia solenne e distorta, il riff mi piace, c’è un intervallante lavoro di plettro lento-veloce che ricorda anche altri generi. La canzone continua a essere un cubetto di ghiaccio del Nord tra i coglioni (riffs gelidi e batteria mesmerizzante) fino al pezzo con la chitarra acustica, che non sapevo se aspettarmi o no, e poi la solennità di giri lenti e scanditi torna fino all’assolo fantasy del finale. Il pezzo più coraggioso dell’album, yeah.

La voce di “The Wind is blowing free” è recitata, il ritmo più incalzante, quindi si può dire che il disco parta lentamente per poi gonfiarsi verso la fine, come il nome stesso di codesta one-man-band mi suggerisce. quell’ING alla fine di UNCHAIN da l’idea di un processo continuato, e così è, credo, poiché c’è traccia di un incazzamento crescente, di una melodia, e proprio in questa traccia piuttosto lunga rispetto alle altre c’è il centro dell’opera. Ma come cazzo parlo? Sarà che il continuo riffing fitto delle chitarre blackeggianti mi rendono il cervello pappa d’avena tiepidina.

Dopo il lungo fade out sprofondiamo ancora nel soundscape acustico, in un lentissimo “dong dong” di chitarra acustica, e canti tantrico-vichinghi in sottofondo. “Stars” chiude il cerchio dell’album, tornando alla quiete dell’inizio. Come due parentesi contenenti un’espressione di fottuta algebra, sta a voi risolverla, io sono solo il professore scoreggione che da i compiti. Il mio giudizio? Stare orizzontali ed amare l’atmospheric black metal che non copia pedissequamente altri grandi nomi, sono i requisiti per ascoltare quest’album con un sorrisetto ebete o con uno sguardo più serio, sono due fattori obbligatori a chi l’ascolta. Altrimenti ascoltatevi Phil Collins, dio bastardo, se vi va di “scuotere il culetto” nel modo più mediocre possibile. Questo è del buon underground. Underground non vuol dire classifiche. Il link sta qua sotto. Guidate piano.

LINK AL PROFILO FACEBOOK DI TELEVISIONHEAD: http://www.facebook.com/Televisionhead?ref=hl

LINK A THE UNCHAINING’s WANDERING THROUGH THE LANDSCAPES OF MIND: https://soundcloud.com/the-unchaining/sets/the-unchaining-wandering